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Sebastian De Gobbis

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Entrare nella casa-studio di Sebastian è un po’ come accedere al bateau-lavoir di picasso e dei suoi amici. L’aroma del cafè e del quotidiano si mischiano agli odori quasi impercettibili delle resine con cui Sebastian dà volto ad un’impressione. L’impressione di uno sguardo incrociato con uno sconosciuto. Sebastian cavalca l’onda dello sconosciuto, che non è altro che il ponte fra scienza e arte.

Tra i ripiani dello spazio che resta disponibile fra i dipinti accostati l’uno accanto all’altro, si incontrano i libri, con le loro parole che danno voce a ciò che Sebastian, come afferma, sa dire solo con la pennellata. In primo piano, il Trattato della pittura di Leonardo che rimanda a quel connubio fra pittura e scienza che nell’arte di oggi sembrerebbe perduto, ma che in realtà persiste, seppur in forme diverse. Perché se i paradigmi della scienza sono mutati, lo sono anche quelli dell’arte, e viceversa.

L’uomo è ancora fulcro del conoscibile, perché nell’uomo tutto l’universo si coagula in piccola scala. Ma l’uomo è al contempo condensazione dello sconosciuto, utopia continua, almeno per il tempo in cui il genere umano vuole resistere.

Il tratto nei dipinti di Sebastian non è un tratto verista, scientifico nel senso moderno del termine. La soggettività in arte e la sua fierezza sono giunte sino a lui, e si vedono.

La spatolata veloce, i contorni sfumati, il colorismo espressionista, a volte pop. Erede di una tradizione e consapevole, grato di esserlo, Sebastian sembra catturare quel momento in cui tutto si ferma e al contempo ogni cosa danza intorno al vuoto. Come dirlo, questo vuoto? Non si può, in verità, si può solo coglierlo, danzandoci attorno.

Con parola poetica, altrove, qui con il colore.
Ecco che allora il tratto in un volto non può che perdersi quasi e farsi pulviscolo o divenire più denso altrove, non importa. Quello ha a che fare col divenire, con la mutevolezza delle forme.
Ma ciò che resta, oltre questo o quel punto colorato di una tonalità che non appartiene al realismo crudo della vita, ciò che resta è la “rovina” dell’essenzialità.   Lo sguardo triste di un volto di donna e ciò che assorbe, che trascina, che cattura con forza, e intorno nasce un momento fermo in cui tutta la superficie quasi si dimentica.
Tanto si dice dell’ispirazione in arte. Ma nessuno saprebbe trasmetterla a chi non ne ha esperienza, a chi non ne è attraversato. E non certo con la parola. Ispirarsi e ispirare contengono quell’attimo in cui qualcosa di ineffabile entra e si ferma, per un lasso impercettibile di tempo. Si ferma, ma è anche già li, pronto ad offrirsi.
E forse l’ispirazione non è che una salita che porta ad un punto in cui tutto ciò che non conta muore e resta l’essenza, ciò che è. Allora non importa che il volto che contiene, nasconde e rivela ciò che è sia quello di un direttore d’orchestra o dell’avventore casuale di un ristorante. Quell’essenza è di tutti, e prende colore.

Senza particolari legami simbolici, Sebastian usa il colore come reagente dell’anima, che la svela, la ingrandisce, la porta alla riconoscibilità.

Quello sconosciuto, incontrato sulla propria strada, diventa riconoscibile nel suo esser parte dell’essenza di ognuno.

C’è qualcosa di vero nel blu nel verde che colorano il volto, o nel giallo che circonda gli occhi. Il vero d’altronde è la danza del mondo, che fa ogni attimo diverso da altro.

 

Di Camilla Ugolini Mecca

 

Autoritratto in terra

50x60 2005

 
   
 
   

Maestro

100x80 1999

 
   
 

Flavio

70x70 2004

 
   
 
   

Crisi

148x123 2004

 
   
 

Icaro

95x105 2004

 

 

 

 

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