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Vladimir non rincasava
da giorni. Le sue uscite a cavallo alla ricerca di castelli
incantati e spiriti della notte lo conducevano raramente lontano da
Dej. Quella volta disse che era sua intenzione dirigersi verso i
Carpazi per conoscere il Conte.
Ne palavano tutti, in città. Nel pronunciare quel titolo nobiliare
c’era chi si affrettava a farsi un segno della croce, chi si tappava
le orecchie e correva a gambe levate, e chi invece ascoltava le
storie misteriose che molti viaggiatori raccontavano al loro
passaggio alla locanda, improvvisandosi poeti e cantastorie.
Quando Vladimir partì per quell’impresa, nessuno credeva che sarebbe
davvero riuscito a conoscere quell’aristocratico eccentrico e strano
temuto in tutta la regione.
Ma le cose andarono diversamente.
Vladimir arrivò una sera alla nostra locanda.
- Aprite! Aprite, per amor del cielo. Sono Vladimir Levaski! -
- Entrate, Signor Vladimir. Come state? Perché tutto questo tempo
senza dar vostre notizie? Da quanto siete in viaggio? -
Queste e mille altre domande gli fecero i numerosi commensali che, a
quell’ora, si riunivano ai nostri tavoli tarlati.
- Del vino! Del vino rosso! No, bianco! Vi racconterò ogni cosa! -
I più spavaldi erano già usciti per chiamare a raccolta amici e
conoscenti e per avvertire la donna di Vladimir del suo rientro a
Dej. In pochi minuti la locanda era gremita degli abitanti più
sprovveduti e coraggiosi della zona, curiosi ed ansiosi di ascoltare
il racconto del giovane.
Vladimir trangugiò tre o quattro bicchierini, emettendo rumoracci
con la gola ed aumentando la tensione di noi tutti.
- Ho visto il Conte… Ho visto il Conte, vi dico! -
Una generale esclamazione di sorpresa e stupore gli diede il tempo
di mandare giù ancora un po’ di vino.
- Com’è? È brutto come dicono? Ti ha sputato veleno in faccia? Ti ha
morso dietro l’orecchio? -
La folla si spazientì nel vederlo ancora bere ed ansimare.
- È alto, tutto nero. Indossa abiti scuri e un lungo mantello. Ha
gli occhi di un drago e gli artigli di una belva. E quando ti parla,
ti incanta col suo sguardo diabolico. -
- Ti ha parlato? -
- Gli hai parlato? -
- Che ti ha detto? -
Le confuse domande gli impedirono di continuare il suo racconto.
- Dell’altro vino, oste! - si urlava da ogni angolo della nostra
locanda a papà, indeciso se riempire i boccali o continuare ad
ascoltare Vladimir.
La porta si spalancò. Era Maria, la sua donna. Entrò
silenziosamente, le lacrime agli occhi. Era coperta con un pesante
scialle di lana nero. Si avvicinò a Vladimir e lo abbracciò forte.
Il giovane la strinse a sé e la baciò. Ma nessuno era commosso da
quella scena. Erano tutti troppo ansiosi di sentire la storia che
Vladimir doveva raccontare.
- Ehi ragazzo! Sei riuscito a vedergli le zanne? - chiese un baffuto
grassone seduto al tavolo vicino al banco.
Vladimir sussurrò qualcosa all’orecchio di Maria e riprese il suo
racconto.
- Non abbiamo parlato a lungo. Lui non parla molto. Non ci crederete
ma, al contrario del suo aspetto, è un uomo molto gentile. Riesce ad
incantare con la sua voce; una voce profonda, pressappoco così…- e
tentò di imitarlo terrorizzandoci ancora di più.
La mamma uscì dalla cucina strofinandosi le mani sul lungo grembiule
bianco ed urlando:
- Ci sono donne spaventate e persone che vorrebbero restarsene
tranquille a mangiare in santa pace, qui! Per le vostre diavoleria
potete incontrarvi domani in piazza! -
Papà occhieggiò mentre versava dell’altro vino e fece cenno ai più
chiassosi perché si mettessero a sedere. Molti uscirono dalla
locanda seguendo Vladimir e Maria che, abbracciati, avevano deciso
di ascoltare il consiglio della mamma e di tornare alle loro case,
rimandando il seguito del racconto al giorno dopo.
Ma non ci fu alcun seguito alla sua storia. Vladimir sparì per
sempre e, con lui, anche Maria. Per lunghi mesi non si fece che
parlare di lui, a Dej. Ora era la storia di quel giovane e non le
dicerie sul Conte ad essere artefatta e raccontata dai viaggiatori
ad ogni sosta nelle altre città della regione. Molti forestieri
giungevano alla nostra locanda con taccuini e matite per annotare i
dettagli su quella notte. Scoprimmo che alcuni di loro erano
favolisti che volevano ricavarne storie fantastiche.
Passò l’autunno; e l’inverno, e la primavera, e l’estate. E poi
ancora un anno, e un altro, e un altro.
Dej aveva completamente dimenticato di essere stata per lungo tempo
la città di Vladimir Levaski, cacciatore di streghe e di fantasmi.
Aveva completamente perduto la sua fisionomia. Vecchi e giovani
sembravano appartenere alla stessa generazione.
Papà non faceva che riempire brocche e bicchieri di vino e la mamma
non smetteva un momento di strofinarsi le mani col grembiule o con
la gonna, urlando di essere stufa di quella vita priva di
gratificazioni.
Scrissi anch’io la mia versione della storia di Vladimir. Credevo
ingenuamente che prima o poi qualcuno l’avrebbe letta. Molte delle
cose che annotai sul mio quaderno sono state riportate qui, in
questo racconto del racconto, a distanza di chissà quanti anni.
Ma forse nessuno è più interessato a quella strana vicenda quanto lo
furono per molto tempo forestieri inglesi e francesi di passaggio a
Dej.
Mi ero sposato e, ormai, ero io a lamentarmi delle mansioni alla
locanda, riempiendo brocche di vino e imprecazioni.
Una sera, dopo che tutti se n’erano andati e che con papà si stava
rassettando il locale, udimmo qualcuno picchiare alla porta. Ci
guardammo negli occhi: nessuno giungeva mai alla locanda a quell’ora
di notte. Aprii. Era un uomo alto, distinto, avvolto da un lungo
mantello scuro, sotto il quale teneva nascoste le mani. Aveva la
pelle molto chiara e sembrava avesse cavalcato per molti giorni e
molte notti. Non alzò lo sguardo da terra e sembrò riflettere a
lungo prima di trovare le parole che, quasi solennemente, proferì.
- Vladimir e Maria vi mandano i loro saluti.-
E si voltò, inghiottito per sempre dalla notte.
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