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Lo guardava pieno di malizia tutte le volte che andava al mercato.
Lo fissava intensamente, aspettando che lui la notasse e urlasse ai
passanti di fermarsi per comprare le sue olive con tono ancor più
passionale e teatrale. E a lei piaceva. Si riempiva talmente di
orgoglio che i seni sembravano separarsi dal suo corpo sensuale per
iniziare un’esistenza autonoma. Non se ne vergognava, benché
sperava fosse lui a fermarla, prima o poi, per chiederle il nome e
un incontro.
Florina pazientava. Aspettava da mesi l’invito di Aki e, per falso
ritegno, non si fermava mai alla sua bancarella di olive sistemate
in grosse terrine, ognuna delle quali munita di una piccola paletta
bianca per poterle mettere sui piatti d’acciaio della bilancia e poi
versarle nei pacchettini di plastica.
Ma lui non si decideva. Toccò a lei prendere l’iniziativa. E una
mattina, al seguito del suo prosperoso seno, si presentò al giovane
chiedendo delle olive nere.
- Per stasera… Quante potrei prenderne? Organizzo una cenetta, ma è
mia madre che si occupa di queste faccende, di solito. Non ci so
fare con la quantità - disse, quasi a voler smentire quella del
proprio corpo.
- Bugiarda. Ho contato tutte le volte che ti ho vista qui al mercato
per comprare verdura, frutta e stoffe. E olive. Trentanove volte -
le disse lasciandola attonita ma divertita.
- Perché non mi hai mai sorriso o fatto un cenno con lo sguardo, con
la mano?
- Perché non ce n’era bisogno. Tu la sentivi la mia voce cambiare
tono. Lo capivo dal tuo sguardo, dall’espressione che ti vedevo
negli occhi.
Si guardarono intensamente per un momento tra la folla chiassosa. E
risero.
- Verrò io stasera a portarti le olive. Personalmente - le disse.
- Ti aspetterò quando la luna sarà già alta. Conosci la mia casa
sulla Vournachi, no?
Non ci fu bisogno di rispondere.
Florina sparecchiò la tavola e aiutò a sistemare la sala da pranzo.
Nessuno notò il suo stato d’eccitazione . Attese che tutti si
fossero ritirati nelle stanze da letto per scendere e pettinarsi i
lunghi capelli neri. Sfiorava il suo corpo immaginando le mani di
Aki scoprirne la pelle e i lineamenti perfetti. Indossò un leggero
abito bianco lungo fino alle ginocchia, le braccia nude. E scivolò
in strada. Lui era già lì ad aspettarla.
- Buonasera signorina - scherzò. Gli occhi gli brillavano . Non
l’aveva mai vista così bella e la prese per mano. Furono sulla
spiaggia a scambiarsi sogni e tenerezze. Lei guardava il cielo
stellato: era felice. Sentiva le onde discrete solleticarle i piedi
e guardava il corpo di Aki, colorato dal sole, abbandonato dopo
quell’incontro celestiale. Gli occhi chiusi, le labbra che le
disegnavano un sorriso sul bel volto, le accarezzava i capelli
sciolti, con la testa appoggiata sul suo petto.
- Sei bellissimo - disse Florina. E cercò le sue labbra.
Si ritrovavano sulla sabbia fresca tutte le notti. Sempre più
innamorati, sempre più appassionati. Sdraiati in riva al mare,
vedevano le loro vite scorrere indietro nel tempo come due fiumi, e
l’uno riversava le proprie acque nell’altro, ricordando un’infanzia
serena e una giovinezza lucida, trasparente, pulita e solare.
Florina passava tra le bancarelle e lo guardava con occhi colmi di
desiderio, incontrando quelli di Aki che parevano vedere solo lei. E
le notti colavano come candele, sciogliendosi mantenendo viva quella
fiamma ardente.
- Vuoi sposarmi, Florina?- le sussurrò una notte.
- Voglio sposarti, Aki.
Ne parlarono con la famiglia ottenendo i dovuti e sperati consensi.
Aki era stimato come un bravo ragazzo; quanto a Florina, ancora
qualche anno e non sarebbe stata più da marito, pur mantenendo la
sua mediterranea bellezza e cedendo la priorità alle più giovani
sorelle.
Fissarono la data delle nozze per un giorno di settembre. Invitarono
anche me.
Il sole splendeva ed illuminava di bianco la città e le sue case, le
sue strade, i giardini e le fontane. Li vidi felici come non mai,
quel giorno. Lo sguardo pieno d’amore e dolcezza. Fu una cerimonia
indimenticabile, coi colori di tutti quei fiori che adornavano il
capo di Florina, seguiti da quelli dei magnifici frutti sistemati in
grossi cesti sul tavolo del grande cortile della casa di Aki.
Quella notte furono ancora alla loro spiaggia per scambiarsi eterne
promesse. E lei non smise mai di passare tra il mercato orgogliosa,
cercando maliziosa come allora il suo sguardo, creando quell’attesa
interminabile prima che lui se la potesse stringere forte
addosso ascoltando il mare suggerire versi d’amore.
Aki continuò a vendere olive, finché le gambe e la voce gli ressero.
Non ebbero figli. E c’è chi giura che s’incontravano su quella
spiaggia anche quando i loro capelli si erano tinti di grigio e la
loro pelle non brillava più sotto la luce della luna.
(1995)
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